Latte, con l’etichetta basta frodi. O no?

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Scettico Alberto Auricchio: «Bene la finalità, ma purtroppo dovranno rispettarla solo i produttori italiani. Per noi che produciamo dop non cambia nulla»
E’stata una battaglia sulla trasparenza durata a lungo, ma finalmente si è concretizzata nella giornata di mercoledì 19 aprile. Da quel giorno infatti è necessario nel nostro paese applicare (in modo chiaro) su latte e derivati l’indicazione di origine. Per la precisione, si dovrà indicare dove siano avvenute sia la mungitura che la trasformazione. Se l’intero processo è avvenuto in Italia si potrà scrivere “Origine del latte: Italia”, mentre in caso contrario vanno indicate le due provenienze. Se si tratta di un paese della Comunità europea basterà indicare “paese Ue”, se altro “paese non Ue”. La nuova norma vale per tutti i prodotti lattiero-caseari di ogni origine animale, fatta eccezione solamente per quei prodotti che già vantano marchi dop e igp, e che quindi già rispondono a disciplinari che evidenziano la tracciabilità del prodotto.

Ovviamente in questi giorni si troveranno sugli scaffali dei negozi prodotti ancora privi dell’indicazione, in quanto è consentito smaltire le scorte di prodotti già confezionati con le vecchie norme, il che renderà disponibili alcuni prodotti con la nuova etichettatura tra alcuni mesi (in particolare yogurt e formaggi, a più lunga scadenza).

L’etichettatura è un traguardo storico, che modifica sensibilmente il rapporto tra produttori e consumatori. Sarà interessante verificare tra qualche tempo se la quantità di latte che ogni giorno varca le nostre frontiere diminuirà. Come afferma il presidente nazionale della Coldiretti (che da anni conduce la battaglia) Roberto Moncalvo, l’Italia è il più grande importatore di latte al mondo, e ogni giorno varcano le frontiere 24 milioni di litri di latte equivalente (oltre un terzo dalla Germania), nel senso che si tratta spesso di semilavorati, cagliate e polveri di caseina, che poi saranno trasformati industrialmente per diventare magicamente delle belle mozzarelle.

Ecco, il punto è questo: quanto saranno disposti a pagare di più gli italiani in cambio della garanzia che quella mozzarella non è il risultato di polveri che arrivano da chissà dove ed è invece un prodotto interamente lavorato dal latte in Italia? Sicuramente spenderanno di più, e quel di più è ciò che remunererà la filiera produttiva, sino a chi il latte lo munge, e oggi lamenta un prezzo decisamente troppo basso.

Il ministro Maurizio Martina auspica che la sperimentazione partita in Italia possa trasformarsi in uno standard europeo, per aumentare la consapevolezza dei consumatori. Questo è un punto chiave: fermarsi alle logiche dei confini nazionali aiuta ma non risolve definitivamente il problema. E’ giusto che si vada verso una informazione sempre più corretta nei confronti dei consumatori (e anche i controlli dovrebbero essere intensificati di conseguenza), che per primi devono pretenderla.

E il latte, da questo punto di vista, non è che un primo passo. Ad attendere sono tra l’altro il riso e il grano duro.

Ma è davvero una svolta storica, o l’entusiasmo è eccessivo? Lo abbiamo chiesto ad un protagonista assoluto del mondo caseario cremonese, Antonio Auricchio, la cui azienda ha da poco celebrato i 140 anni di vita.

La risposta di Auricchio raffredda questi entusiasmi.

«Intanto per noi non cambierà niente, in quanto produciamo formaggi dop o con l’indicazione made in Italy. Continueremo a farlo, pur cambiando etichetta. La nuova norma potrebbe essere positiva, il lato negativo è che dovranno rispettarla solo i produttori italiani».

Come? Ma allora quei tir che varcano il confine...

«Il produttore straniero non è tenuto ad applicare le nuove etichette, in quanto l’Italia si è mossa da sola. L’obbligo quindi vale solo per gli italiani, quindi si crea una concorrenza sleale che favorisce chi l’obbligo non ce l’ha, e questo mi preoccupa».

Sarebbe quindi stato preferibile agire a livello europeo, ma è evidente che qualcuno all’estero rema contro.

«Aggiungo che la norma è sperimentale, vale fino al 2019, e se gli altri paesi non accetteranno di adeguarsi dovremo tornare indietro, e ricordo che modificare gli incarti costa caro alle aziende. Insomma, è un’idea giusta ma fatta da uno solo».

Ma allora chi metterà l’indicazione “paese non Ue” se il prodotto è confezionato oltre frontiera?

«Nessuno. Le cose cambieranno solo per quelle aziende italiane che lavorano materiale proveniente dall’estero. Loro dovranno indicare la provenienza straniera aggiungendo che la lavorazione è avvenuta in Italia».

Quindi di fatto a pagare potrebbero essere solo alcune aziende italiane che importano latte e derivati.

«Certo. Solo gli italiani che usano latte straniero devono indicarlo. Per fare un esempio, chi compie l’operazione appena al di là del nostro confine non è tenuto a indicare nulla».

Per chiudere. crede che gli italiani siano disposti a pagare qualcosa di più in cambio della certezza dell’origine? E che questo potrebbe dare ossigeno ai produttori?

«La speranza è che il consumatore controlli l’etichetta, e sia disposto a pagare qualcosa in più per la qualità. E’ ovvio che ciò comporterà un aumento dei prezzi, e la speranza è che ciò non si trasformi in un boomerang: Insomma, nei fini è un’ottima cosa, ma resta il tallone d’Achille dei “furbetti” stranieri».

Che possono mettere sui loro prodotti una bella bandiera tricolore con la scritta “Italia bella” o richiami di questo genere

dalla redazione de Il Piccolo Giornale


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