Investire nell’istruzione significa salute, sicurezza, sviluppo di tutti e di tutte

+ 8
+ 8


Alcuni giorni fa, durante il terzo congresso nazionale della Rete degli studenti medi a Perugia, la segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso, ha ripreso la questione dell’aumento dell’obbligo scolastico: “L’obbligo scolastico va innalzato per diventare il punto di partenza dell’istruzione come grande vettore di sviluppo. Questa è la vera grande riforma che la Cgil sostiene nel suo piano di lavoro”. E ha continuato: “Noi siamo tra i paesi cosiddetti sviluppati, ma siamo uno dei pochi paesi che continua ad avere nei fatti l’obbligo a 15 anni, visto che a 15 anni è l’ingresso al lavoro, anche se la teorica affermazione del diritto allo studio è quella dei 16 anni. Noi oggi abbiamo un obbligo scolastico che sta a metà di un ciclo di istruzione. È come dire: faccio una norma per garantirne l’evasione, perché non ha avuto, ovviamente, l’effetto di allungare un obbligo generalizzato fino alla fine del ciclo scolastico”. “Intervenire sull’istruzione”, ha sottolineato Camusso, “non per fare un’ennesima riforma un po’ confusa affrontando un pezzetto, poi un altro, in un’idea che l’investimento sullo studio non è la risorsa fondamentale. Bisognerebbe fare un intervento organico”.

La questione, in effetti, ha radici lunghe. Promuovere la scolarizzazione e l’istruzione è un opportunità irrinunciabile per la qualità della vita. Mi scuseranno lettori e lettrici per la lunga citazione, ma desidero riportare alcuni brani che un insigne costituzionalista, Piero Calamandrei, pronunciò nel 1950 nel corso del III Congresso dell'Associazione a difesa della scuola nazionale: “La scuola, come la vedo io, è un organo ‘costituzionale’. Ha la sua posizione, la sua importanza al centro di quel complesso di organi che formano la Costituzione. Come voi sapete (tutti voi avrete letto la nostra Costituzione), nella seconda parte della Costituzione, quella che si intitola ‘l'ordinamento dello Stato’, sono descritti quegli organi attraverso i quali si esprime la volontà del popolo. Quegli organi attraverso i quali la politica si trasforma in diritto, le vitali e sane lotte della politica si trasformano in leggi. Ora, quando vi viene in mente di domandarvi quali sono gli organi costituzionali, a tutti voi verrà naturale la risposta: sono le Camere, la Camera dei deputati, il Senato, il presidente della Repubblica, la Magistratura: ma non vi verrà in mente di considerare fra questi organi anche la scuola, la quale invece è un organo vitale della democrazia come noi la concepiamo. Se si dovesse fare un paragone tra l'organismo costituzionale e l'organismo umano, si dovrebbe dire che la scuola corrisponde a quegli organi che nell'organismo umano hanno la funzione di creare il sangue […] La scuola, organo centrale della democrazia, perché serve a risolvere quello che secondo noi è il problema centrale della democrazia: la formazione della classe dirigente. La formazione della classe dirigente, non solo nel senso di classe politica, di quella classe cioè che siede in Parlamento e discute e parla (e magari urla) che è al vertice degli organi più propriamente politici, ma anche classe dirigente nel senso culturale e tecnico: coloro che sono a capo delle officine e delle aziende, che insegnano, che scrivono, artisti, professionisti, poeti.

Questo è il problema della democrazia, la creazione di questa classe, la quale non deve essere una casta ereditaria, chiusa, una oligarchia, una chiesa, un clero, un ordine. No. Nel nostro pensiero di democrazia, la classe dirigente deve essere aperta e sempre rinnovata dall'afflusso verso l'alto degli elementi migliori di tutte le classi, di tutte le categorie. Ogni classe, ogni categoria deve avere la possibilità di liberare verso l'alto i suoi elementi migliori, perché ciascuno di essi possa temporaneamente, transitoriamente, per quel breve istante di vita che la sorte concede a ciascuno di noi, contribuire a portare il suo lavoro, le sue migliori qualità personali al progresso della società […] A questo deve servire la democrazia, permettere ad ogni uomo degno di avere la sua parte di sole e di dignità. Ma questo può farlo soltanto la scuola, la quale è il complemento necessario del suffragio universale”. È evidente la passione per la cultura, per l’istruzione e per la democrazia, strette in un nesso inscindibile, da cui era animato Calamandrei. Non bisogna dimenticare che appena cinquanta – sessanta anni fa si parlava di "scuola d'élite" per ogni e qualunque tipo di scuola postelementare, compreso il triennio di "avviamento al lavoro", e che, del resto, la stessa scuola elementare era ancora scuola minoritaria (negli anni cinquanta del Novecento il 60% della popolazione italiana era privo di licenza elementare), come opportunamente ci ricorda Tullio De Mauro.

La crescita di questo Paese fu resa possibile anche dalla crescita dell’alfabetizzazione e della scolarizzazione. “A maggior ragione oggi, stretti nella crisi peggiore di sempre, o almeno così sembra, serve una scuola che promuova cultura e cittadinanza consapevoli e benessere individuale e sociale e innervi il loro sviluppo nell'intero corpo sociale, a partire da bambine e bambini ad arrivare a adulte e adulti”: perché è vero, è del tutto vero, che occorrerebbe riprendere anche la questione dell’educazione permanente, dell’educazione degli adulti. La televisione non deve, non può essere l’unica agenzia formativa. Apprendere significa anche mettere in discussione, cercare di capire, interagire: il contrario di ciò che si fa davanti ad uno schermo televisivo. “Come l'acqua e la corrente elettrica, come la salute, la risorsa scuola e istruzione è per tutti e di tutti. Se ci sono sprechi, impariamo a ridurli”. Investire risorse in istruzione e cultura caratterizza la civiltà di un Paese. Non è una, seppur sacrosanta, posizione ideologica: le cifre del (mancato) sviluppo ne sono la controprova. Non vorremmo, penso, essere “un paese a civiltà sempre più limitata”, come diceva Paolo Sylos Labini. Ogni euro destinato a scuola e istruzione è un investimento in salute, sicurezza, sviluppo di tutti e di tutte. E che cosa potremmo desiderare, se non salute, sicurezza, sviluppo?

di Agostino Francesco Poli

Segnala questo articolo su