Giornata del Ricordo, il racconto di un’esule da Fiume

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La testimonianza di Laura Calci Chiozzi, costretta ancora bambina all’esilio dai partigiani “titini”. «Davanti alle avversità della storia serve la forza di “far fronte” adattandosi elasticamente alle situazioni»

CREMONA Lunedì 10 febbraio si celebrerà il decimo Giorno del Ricordo in memoria delle vittime dell'eccidio detto delle “foibe”, perpetrato dai partigiani jugoslavi di Josip “Tito” Broz ai danni della popolazione italiana della Venezia Giulia e della Dalmazia, tra il 1943 sino all'immediato dopoguerra. Il nome deriva dai grandi inghiottitoi carsici, che nella Venezia Giulia sono chiamati, appunto “foibe”, dove furono gettati parte dei corpi delle vittime (in realtà la recente storiografia ha messo in luce come in realtà le uccisioni fossero in massima parte perpetrate in modo diverso). Si tratta in ogni caso di una ferita profonda, rimasta principalmente nell’oblio per oltre 60anni (sino allo storico reportage del 1996 sul Corriere della Sera) ma mai dimenticata da coloro che la vissero in prima persona. A poco tempo dall'inizio della celebrazione (che a Cremona si terrà lunedì presso il monumento al Cimitero in presenza degli esuli, delle loro famiglie e delle massime cariche civili e militari) e degli eventi organizzati dall'Associazione (il primo appuntamento è per sabato 8 febbraio alle 17 a Spazio Comune) ascoltiamo il racconto di una testimone oculare: Laura Calci Chiozzi (vicepresidente dell'Associazione Venezia Giulia Dalmazia), giuliana, originaria di Fiume e costretta a fuggire dalla propria terra natale approdando prima in Abruzzo e poi a Cremona. Un racconto e un lucido resoconto in cui paura e speranza pulsano di vita propria, assieme al ricordo indelebile dell'azzurro mare lasciato per sempre alle spalle.

LE "FOIBE" E IL VORTICE DI CAUSE ALLA RADICE DELLA TRAGEDIA
Il nome “Foiba” indica un inghiottitoio naturale tipico della zona carsica ed è associato alle stragi perpetrate dai partigiani del maresciallo Tito. Le foibe venivano utilizzate per l’eliminazione delle vittime. Si tratta di “butti” naturali in cui per tradizione venivano gettati i rifiuti: ma tra il ’43 sino al oltre il ’45, questi crepacci vennero utilizzati come luogo di esecuzioni o “sepolture”, meglio dire “occultamenti di cadaveri”. Ancora oggi tuttavia, nonostante la massa critica di studi sull’argomento, il cosiddetto “eccidio delle foibe” rimane un fatto assai complesso nella sua interpretazione storica. Nell’intervento del 2005 sul quotidiano fiumano “Novi List” lo storico croato Predrag Matvejevic (che in questo articolo riportiamo nella traduzione pubblicata dal Centro studi Osservatorio Balcani e Caucaso), docente di Slavistica alla Sapienza di Roma sino al 2007 e tra i massimi studiosi sull’argomento, ha scritto: «le fosse, o le foibe come le chiamano gli Italiani, sono un crimine grave, e coloro che lo hanno commesso si meritano la più dura condanna. Tuttavia, a quel crimine ne sono preceduti degli altri, forse non minori».

LEGGI IL SERVIZIO COMPLETO CON L'INTERVISTA A LAURA CALCI CHIOZZI SULL'EDIZIONE DI SABATO 8 FEBBRAIO DE “IL PICCOLO” DI CREMONA

di Michele Scolari
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Twitter: @miguelscolari


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