Biodigestori, quali rischi microbiologici?

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I sottoprodotti usati costituiscono potenziali veicoli di microrganismi patogeni tra cui i Clostridi. I rischi connessi alla qualità dell'agroalimentare preoccupano il Consorzio del Parmigiano Reggiano, che ha preso una posizione riguardo alla localizzazione degli impianti

CREMONA - Le perplessità inerenti al biogas non riguardano solamente la potenza degli impianti, gli sversamenti di digestato e liquami o eventuali modifiche nelle ricette del composto, incluso l'uso non corretto di rifiuti organici (leggi l'inchiesta). Lo scetticismo delle associazioni, come Terre Nostre del professor Michele Corti, riguarda anche la sicurezza microbiologica del trattamento di digestione anaerobica.
Come premessa va sottolineato che i digestori anaerobici utilizzati in agricoltura dovrebbero essere alimentati con liquami bovini, suini, pollina e sottoprodotti dell’agricoltura e dell’industria alimentare non destinati al consumo umano (Reg.to Ce 1069/2009). «Ma – evidenzia il professor Gianluigi Scolari, docente di microbiologia degli alimenti all’Università Cattolica di Piacenza - questi sottoprodotti costituiscono veicoli di microrganismi patogeni; tra questi, i più ricorrenti sono rappresentati dal numeroso gruppo delle enterobatteriacee (Salmonella, Shigella, Yersinia, Escherichia, ecc.) oltre a Listeria monocitogenes, Campylobacter, enterococchi fecali e batteri sporigeni del genere Clostridium (C. tetani, C. botulinum, C.septicum, C. sordellii).
«Il processo di digestione anaerobica – prosegue il docente - è attuato da un consorzio batterico molto complesso nel quale prevale i gruppi degli Archea (metanigeni) e dei Clostridi. Questi ultimi (dominanti sugli altri generi) sono deputati alla degradazione della sostanza organica, fornendo i precursori agli Archea per l’ossidazione anaerobica». E’ logico  ritenere quindi che «gli impianti per la produzione di biogas possano rappresentare un potenziale pericolo per la presenza di microrganismi patogeni». Inoltre «la complessa associazione batterica implicata è fortemente influenzata dalle condizioni di processo e dalla natura del substrato» (altamente variabile, ndr). Oltretutto, «l’equilibrio di un fermentatore anaerobico è estremamente delicato e metastabile, a seconda delle numerose perturbazioni del sistema». Ne consegue «la difficoltà a realizzare in laboratorio modelli per lo studio delle componenti batteriche presenti in un digestore “reale”»: infatti, affinché un modello interpretativo assicuri una minima attendibilità, «occorrono sperimentazioni ampie e generalizzate in grado di contemplare le molteplici situazioni reali in relazione alla variabilità del substrato di alimentazione del digestore», nel quale finiscono anche substrati igienicamente problematici come ad esempio i fanghi di depurazione.

La mancanza di studi che costituiscano massa critica non consente in alcun modo l'esclusione dei probabili rischi microrobiologici dei digestati. La possibile sanificazione dei liquami o fanghi o, comunque, dei sottoprodotti, non rappresenta rimedio efficace non rappresenta rimedio efficace: «questa stabilizzazione riduce la carica degli enterobatteri ma, secondo alcuni studi, faciliterebbe una re-contaminazione dei digestati da parte di Escherichia coli e Salmonella (oltre che altre specie non meno patogene), in coerenza col principio di ecologia microbica che un substrato libero da competitori è facilmente colonizzabile».
Circa gli eventuali parametri microbiologici di controllo, non vanno trascurate «sia la varietà degli individui del gruppo degli indicatori e della loro capacità di sopravvivenza, sia la particolare tenacia alla sopravvivenza di alcune specie patogene (come Listeria monocitogenes)». Inoltre «sono ancora sconosciuti i meccanismi delle interazioni tra i batteri degradativi presenti nel substrato e gli Archea metanigeni».
Infine, c’è il problema dei Clostridi che si configura come uno dei punti più critici, anche in relazione ai numerosi depositi di digestato sui terreni coltivi. Al genere dei Clostridium appartengono infatti specie patogene piuttosto gravi (botulinum, tetani, perfringens) e la loro eventuale presenza nel digestato è da aspettarsi più rilevante che nel substrato di partenza. A seguito della fertilizzazione con digestato o, peggio, del suo deposito in campi destinati alle coltivazioni, va osservato che «sono pressoché inesistenti sperimentazioni di valutazione del rischio che il terreno possa arricchirsi di spore di Clostridium delle specie patogene, ma anche di quelle che degradano i prodotti alimentari e caseari in primis».

Al proposito «è indicativa la netta presa di posizione del Consorzio del Parmigiano-Reggiano, allarmato da questo rischio, sulla localizzazione degli impianti a seguito di uno studio del Centro ricerche produzione animali di Reggio Emilia».

In definitiva dunque sembra che «la sicurezza microbiologica della digestione anaerobia sia tutt’altro che dimostrata. E' anche impossibile affermare che la diffusione di specie sporificanti alteranti del genere Clostridium non si possa tradurre in un imbarazzante boomerang per le produzioni casearie più economicamente importanti per il tessuto produttivo agroalimentare della nostra pianura e, in particolare, della nostra provincia».

di Michele Scolari
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twitter: @miguelscolari

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