Osram: una “luminosa” invenzione cremonese

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Secondo una ricerca storica compiuta da Gabriele Lazzari, la prima lampadina con filamento al tungsteno fu realizzata in una vetreria di via Massarotti nel 1900. Padri dell'invenzione furono l'industriale Fortunato Arvedi (antenato di Giovanni Arvedi) un ignoto mastro vetraio (F.R.) e il farmacista Francesco Cavana. Il nome "Osram" sarebbe palindromo di “Marso”, la lanca paludosa formata dal Morbasco ai piedi di via Massarotti, dove sorgeva la vetreria.

Una vecchia lampadina rinvenuta nella semioscurità di una soffitta polverosa, un nome palindromo, una misteriosa vetreria sulle rive di una delle lanche paludose formate dal Morbasco ai piedi di via Massarotti e, soprattutto, pagine e pagine di documenti, riproduzioni, nomi e fotografie: sembra l’inizio di uno dei tanti misteri legati a opere e disegni di Leonardo Da Vinci; si tratta invece della scioccante vicenda riesumata ed aggiornata da Gabriele Lazzari, storico «privatista e autodidatta», a partire dalla tesi del padre Aristide Lazzari, connessa alla vera origine della scoperta che ha fatto la fortuna della ditta tedesca Osram.
Secondo la storiografia ufficiale la prima lampadina della storia moderna sarebbe stata brevettata il 17 aprile del 1906 a Berlino dal barone austriaco Auer von Welsbach, inventore del filamento metallico per lampadine, che andò a sostituire il fragile filamento di carbonio di T.A. Edison (Auer realizzò infatti il filamento in osmio - che si farebbe risalire ufficialmente al 1903 - e successivamente, nel 1906, in osmio e wolfram -  l’antico nome del tungsteno - da cui si vuole derivi “Os-ram”, il marchio registrato da Auer). E forse questa convinzione avrebbe retto per chissà quanto tempo ancora se un giorno, nella soffitta di un’abitazione di via Speranza a Cremona (di fianco alla chiesa del Foppone), non fossero venuti alla luce un reperto ed una ricerca storica in grado di ricalibrare data e paternità della scoperta più “luminosa” del ‘900: una vecchia lampadina con filamento metallico in tungsteno, siglata Osram ma datata 1900, adagiata in una cassetta di legno sopra una pila polverosa di giornali ingialliti. Con essa, i residui ormai sbiaditi di un dattiloscritto, a firma Aristide Lazzari, che spiegava come quella lampadina fosse stata inventata, prodotta ed anche utilizzata a Cremona, almeno sei anni prima del modello lanciato a Berlino da Auer.
A partire da questa felice trouvaille, Lazzari ricostruisce la storia della lampadina cremonese FR900. Una storia dai contorni quasi “alchemici” che rievoca i nomi di Volta e Galvani, avvolta da molti misteri, a cominciare dall’ignoto autore del manufatto, un mastro vetraio cremonese del quale ci rimangono purtroppo solamente le inziali: F. R. Altri protagonisti della vicenda connessa alla realizzazione della lampadina (i commissionari del manufatto) sono Francesco Cavana (titolare di un’omonima farmacia allora in corso Campi), e l’industriale Fortunato Arvedi (padre dell’industriale Giovanni Arvedi), titolare di un laboratorio in via Milano, l’unico in grado di lavorare il tungsteno con un laminatoio ma senza romperlo. Tutti cremonesi dunque. Insieme, gli specialisti di questo pool, nell’anno 1900, «ebbero modo di ideare, costruire, produrre, utilizzare colei che può essere definita senza imprecisioni la prima moderna lampadina a filamento metallico».
Nel 1888 Cavana aveva fondato la Società Cremonese di Elettricità (dopo la Sturla & C. Società di Elettricità, fallita quasi subito), servendo Cremona di luce elettrica e rifornendosi di lampadine alla Vetraria Cremonese di via Aporti, vetreria che, avviata nel 1725 da Gaetano Dolfini, all’epoca risultava di proprietà del sindaco di Cremona Pietro Rizzi e la moglie Mina Fanny (e specializzata nella produzione di materiale vetrario, comprese le lampadine). In seguito a problemi di varia natura, la Vetraria fu acquistata dal milanese Carlo De Stefani, il quale, volendo rilanciare l’attività, trasferì la sede in un nuovo edificio fuori dalle mura cittadine (i cosiddetti Corpi Santi), in via Massarotti. Attualmente l'edificio è stato interamente demolito per costruirvi l'ufficio di Collocamento e un residence. La sua ubicazione si trovava all'incirca ad un centinaio di metri dall'incrocio con via Trebbia.
La nuova sede della vetreria si trovava sul “Marso” (corrispondente all’incirca all’area dietro la cascina del Lugo ed ai giardinetti di via Trebbia) nome di una delle due lanche paludose e maleodoranti (l’altra era il “Marsòon”, che lambiva Porta Po) formate dal colatore Morbasco ai piedi di via Massarotti (luogo di pesca per molti cremonesi). Proprio al nome di questa zone Lazzari fa risalire “Osram”: esso infatti sarebbe l’esatto palindromo (ovvero, leggibile al contrario) di “Marso”. La ragione di questo marchio è quantomai curiosa. Occorreva infatti dare un nome e un recapito postale alla nuova attività di De Stefani ma sarebbe stato poco commerciale chiamarla “Marso”, che evocava i fetidi miasmi della piccola lanca. Ecco allora la trovata “leonardesca” di De Stefani: leggere “Marso” al contrario, ottenendo “Osram”. Qui, ad opera dell’ignoto F.R. e con inciso lo stemma del Comune di Cremona (adottato dal 1898 quando i corpi Santi furono annessi alla città), nacque la lampadina FR900, il 12 novembre del 1900. Una vecchia signora ha dichiarato a Gabriele Lazzari come quel tipo di lampadine venisse «dato dal Comune di Cremona in dotazione alle antiche latterie comunali dall’inizio del ‘900, ed alle farmacie comunali». Ma, osserva lo storico, «allora non sussisteva ancora un abbinamento con osmium e wolfram, (sperimentato o no, lo fu solo sette anni dopo). Il nome Osram non poteva essere già costituito da lettere prese dal nome di due metalli, che non erano ancora stati gemellati, visto l'esclusivo orientamento di Auer verso l’osmio e di altri sperimentatori indirizzati in quel periodo sul tantalio». Ebbene dunque, secondo quanto scoperto da Lazzari il marchio Osram esisteva già da tempo e il barone austriaco non poteva esserne l’inventore ma solamente chi lo aveva registrato "a posteriori", vale a dire almeno 6 anni dopo la sicura e comprovata nascita e diffusione della lampadina cremonese ad opera di Cavana, Arvedi e di quell’ignoto vetraio le cui iniziali resteranno impresse per sempre nella storia della nostra città.
Un vero e proprio giallo da “spionaggio industriale”, riesumato dal silenzio in cui era stato relegato grazie a quattro anni di "studio matto e disperatissimo" da parte di Lazzari. Ma anche un  luminoso esempio di craftmanship, quell’attitudine in bilico tra artigianato ed arte, che, secondo Primo Levi, unisce l’artigiano, lo scienziato e l’artista: tutti protesi “sull’orlo dell’inconoscibile”. «Fecero da battistrada - conclude lo storico - sfondarono un muro dalla parvenza insuperabile, varcarono un confine che sembrava proibito. Permisero così agli altri, menzionati o non, a seguire, di accodarsi negli anni successivi alla loro scia, prendendo il volo nella dirittura della stessa rotta già tracciata».

DA “MARSO” A “OSRAM”: L’ORIGINE “LEONARDESCA” DEL NOME
Ecco la vera origine del nome “Osram” che venne dato alla vetreria trasferita in via Massarotti, secondo la ricerca compiuta da Lazzari: «in molti casi si applicava il metodo da Vinci per indicare la paternità, la provenienza, la vicinanza, o il riflesso di altri, si pronunciavano o scrivevano al contrario, così da non confondere la copia con l’originale. La nostra Osram è più facile da capire che da spiegare: sta ad indicare Marso letto al contrario. I titolari della vetraria, appena insediati in un luogo nuovo non ancora denominato, da tutti chiamato Marso, per la loro fabbrica scelsero, tra i tanti metodi sopra descritti in uso anticamente, proprio il più antico, il metodo da Vinci, tornato casualmente in auge all’attenzione generale dopo secoli di ignoro: Osram. Questo era il messaggio in codice del De Stefani, o chi per esso intendevano dare imprimendolo su quella nuova lampadina fabbricata nel recente stabilimento: siamo trasferiti sul Morbasco, nell’Osram che specchia sul Marso». Ecco una descrizione della piccola palude del “Marso”: «La lanca dalle dimensioni più modeste (300 metri circa), dislocata qualche centinaio di metri più a monte del Marsone, veniva definita Màars Marso(=marcio, per l’odore di stantio dell’acqua stagnante; da non confondere con altri dialetti dove Marso significa Marzo, da noi detto Marz). Secondo un vecchissimo vocabolario lombardo, invece, il termine marso deriverebbe dal latino marsus = palude, stando a indicare ciò che c’era anticamente dove ora si trovano degli argini artificiali, realizzati nel 1900 con montagnole di terra riportata; confinavano con la Via Lugo e i vecchi cremonesi non senza sarcasmo li chiamarono: le montagne del Lugo. La sua formazione d’acqua era costituita dalla saltuaria tracimazione del Morbasco, incapace di contenere in quel punto basso, eccezionali piogge torrenziali, o piene periodiche. Rendeva il terreno circostante un acquitrino, costantemente impregnato inzuppato d’acqua stagnante nelle condizioni più normali, oppure eccezionalmente si trasformava in un vero e proprio stagno paludoso».

LE CARATTERISTICHE DELLA LAMPADINA FR900
La minuziosa descrizione compiuta da Gabriele Lazzari della lampadina ritrovata in soffitta: «L’illuminazione è per incandescenza a filamento metallico, il bulbo in vetro, con il marchio OSRAM impresso in trasparenza tramite metodo a smeriglio. Sopra il citato contrassegno e in bella mostra spicca maestoso, sempre smerigliato, l’antico stemma del comune di Cremona: rappresenta uno scudo con tre grandi fasce orizzontali a fitte righe verticali, con tanto di sciarpa a coccarda, allacciata a farfalla al polso della mano mancina reggente una palla di Giovanni Baldesio, detto Zanén de la bàla. Sui lati laterali della sciarpa dello stemma, a mo’ di striscione, è riportato a tutta lunghezza il motto della città, scritto occupando ambo i lati: fortitudo mea in brachio, ma in questo caso, appare con l’erronea doppia variante in fortitudo mea est in bracchio, ottenuta aggiungendovi arbitrariamente una est e una c in più rispetto l’originale. Stampate industrialmente sempre a inchiostro nero sulla virola, si legge la sua tensione applicabile: 235 V, e la potenza illuminante, 50K (candele). Intorno alla ghiera circolare in ottone si notano altri numeri, 943, il n. III, romano circoscritto in un cerchio, terminando in ultimo con il numero 449. Un altro numero: 16, è impresso a freddo con bulino sotto il lato caldo del peduncolo. Sempre sullo zoccolo, scritte a mano libera con una penna e in aggiunta alle altre iscrizioni, vi sono le iniziali del suo costruttore F.R. e la data di fabbricazione: 12/11/900. Lo stemma è quello ufficiale di Cremona del 1898».

di Michele Scolari
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