Incidenti stradali, Benito Melchionna: «Meglio applicare bene le leggi che già ci sono»

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Alcol e stupefacenti sono stati rinvenuti nel sangue del 27enne alla guida dell’Alfa Mito che ha violentemente tamponato l’auto con a bordo Giovanni Rossi e Annamaria Bernardi, entrambi morti sul colpo. Una famiglia distrutta e due bimbi piccoli che dovranno crescere senza più i loro genitori. Mentre il bilancio del morti sulla strada è sempre più preoccupante,  la gente chiede pene severe per i responsabili di queste tragedie. Una strada potrebbe essere  l’introduzione nel codice di giustizia penale del reato specifico di omicidio stradale (proposta inserita dal presidente della commissione trasporti della Camera Mario Valducci nella legge delega della modifica del codice della strada). Inasprire le pene (passando da un minimo di 3-8 anni a un massimo di 10-15 anni di prigione), introdurre il concetto di flagranza di reato e quello dell'ergastolo della patente, nonché l’inserimento del concetto di “pirateria stradale” (per il quale anche chi non si ferma dopo un incidente rientra in tale categoria): questi i punti salienti della proposta. Oltre sessantamila cittadini  hanno firmato l’iniziativa di legge popolare, ma c’è anche chi mostra ha qualche riserva al riguardo. E’ il caso di Benito Melchionna, già Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Crema e saggista, che sta preparando un volume sulla bioetica di cui fra qualche tempo si parlerà a Crema.
«Personalmente, nella mia esperienza di magistrato, mi sono sempre battuto negli anni per imporre una risposta punitiva più severa. Ma l’introduzione di questo nuovo reato è una proposta che mi ha fatto parecchio riflettere, lasciandomi, più che una risposta, una domanda: anziché inserire un nuovo capitolo, nuovi modelli criminosi, non sarebbe più opportuno applicare bene gli articoli 589/590 del codice penale (Omicidio colposo e Lesioni personali colpose)? Poi è chiaro che in alcuni casi la risposta dev’essere rigorosa sennò il merito e il demerito saltano. Anche perché il danno arrecato è duplice: sia affettivo, per la vittima ed i suoi familiari, sia economico, alla società che deve impiegare risorse per recuperare il reo. Recupero che non ci può essere senza pena e senza dolore».
Anche in merito alla recente proposta dell’Aivis (Associazione delle vittime della strada) di escludere il patteggiamento per ottenere la certezza della pena, il magistrato mostra qualche perplessità: «Non credo che possa avere quell’effetto. Il patteggiamento è una buona alternativa e in questi casi non bisogna giocare al ribasso».
Atro tema che fa discutere è la differenza tra chi è visibilmente ubriaco e chi invece, magari con una semplice birra media a cena, risulta ugualmente positivo al test alcolemico,  pur essendo lucido. «In questo caso il discorso diviene tecnico e la linea di demarcazione è assai delicata. La tolleranza zero è indubbiamente un po’ rozza e grossolana come dispositivo. Ma d’altro canto la sua attuazione con implicazioni di carattere istituzionale, introducendo una distinzione più dirimente dei livelli alcolemici nel sangue, ed economico, imponendo apparecchiature più sofisticate da consegnare in dotazione alla polizia stradale.
Comunque, ciò non toglie che la tolleranza zero rimane comunque educativa, imponendo ai giovani non solamente una convenzione ma un ritmo, un’organizzazione, mettendosi d’accordo su chi deve rimanere sobrio a turno per guidare: una cosa che ho sempre ricordato nel corso di lezioni e convegni. L’importante è che la tolleranza non venga barattata con la clemenza nel caso di un grave incidente. Occorre sempre comparare i valori in questione, trovare un equilibrio tra i diritti del singolo e la collettività. E sempre con un metodo che unisce rigore e ragionevolezza».

di Michele Scolari
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