Il terremoto a Moglia raccontato da quattro vigili del fuoco di Cremona

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Anche i Vigili del Fuoco di Cremona, agli ordini del comandante Roberto Toldo,  sono partiti, organizzati nella colonna mobile regionale, alla volta di Moglia, comune di circa 6mila anime nell’area mantovana colpita dal sisma, dove sono allestite una parte delle strutture di accoglienza. Di quei quindici vigili cremonesi, discesi con cinque mezzi (un autoscala, un fuoristrada, due mezzi 4X4 attrezzati per calamità e un polilogistico) assieme a una ferrea forza di volontà, ne abbiamo incontrati quattro: per parlare della loro rocambolesca esperienza e volgere lo sguardo ai luoghi devastati dal terremoto attraverso gli occhi di Marco Mainardi (autore delle fotografie pubblicate), Salvatore Belluardo, Diego Pellegri e Massimiliano Sudati.
«Noi non siamo arrivati il primo giorno - spiega Marco - quindi siamo giunti in un posto dove la “macchina” del soccorso avrebbe già dovuto essere oliata e il sistema partito. In effetti con la scossa di martedì 29 il sistema è ripartito, con la costruzione dei campi per gli sfollati, cucine, distribuzione di generi di prima necessità». Molti di loro hanno già alle spalle quattro o cinque interventi per terremoti. «Siamo stati a Brescia, Parma, sull’Etna e a l’Aquila. E anche chi tra noi era alla prima esperienza si trovava comunque tra persone che avevano già fronteggiato simili situazioni». Situazioni ovviamente non facili, e non soltanto per motivi di natura fisica. «Gli interventi comprendono il recupero dei beni, le dichiarazione di agibilità o meno degli edifici, la delimitazione delle zone di pericolo, la rimozione delle parti pericolanti (se una casa è inagibile per il comignolo, per il cornicione o per qualche tegola si rimuove il pericolo, mentre si delimita se ad esempio ci sono crepe nei muri). Questo il nostro lavoro fondamentale e attorno a tutto questo ruota la nostra organizzazione». Il lavoro parte e procede suddiviso tra gli interventi aerei delle “squadre aeree”, composte da vigili del fuoco del Saf (Speleo Alpino Fluviale), che operano per mettere in sicurezza tutto ciò che c’è sui tetti, e “squadre di terra”, che operano alla base degli edifici lungo le strade, controllando le strutture e recuperando di oggetti di prima necessità (medicinali, coperte, abiti, ecc.). «E non è granché differente da ciò che facciamo quotidianamente - soggiunge Marco - se non per il fatto che in questa particolare circostanza gli interventi sono amplificati, ripetuti e concentrati in un breve arco di tempo». La situazione però «è diversa da quella dell’Aquila. Qui lo sciame non decresce ma si arricchisce di nuove scosse, al ritmo di cinque o sei al giorno. Ed ogni volta bisogna ricominciare da capo e rifare tutte le verifiche risultate precedentemente buone. Siamo arrivati a lavorare 16 ore di fila al giorno (e a l’Aquila abbiamo lavorato addirittura 26 ore senza pausa)». Un lavoro estenuante dunque, che soltanto nella prima settimana, in aggiunta all’orario normale, li ha costretti ad una novantina d’ore di straordinario.
Ma le difficoltà lungi dall’esaurirsi con la fatica fisica, sconfinano in ben altri campi. «C’è anche il continuo confronto con circostanze di natura psicologica che ti mettono davvero a dura prova, e che impongono il possesso anche di doti umanitarie e non solamente tecniche - soggiunge Salvatore. - Dopo un paio di giorni la “macchina” del soccorso si avvia ma ciò che non si interrompe è il clima di confusione tra la gente. Molti vorrebbero tornare alle loro abitazioni già il giorno successivo senza comprensibilmente riuscire ad accettare che la tenda dovrà essere la loro casa per un mese, quando va bene». Molti sono ancora terrorizzati e sobbalzano presi dal panico ad ogni scossa di terremoto; altri quasi come in trance non ricordano, o non vogliono ricordare; tutti trascorrono le loro giornate travolti da una catastrofe fisica e morale destinata a segnare per sempre le loro vite e, in risposta a ciò, la fortissima aspirazione al ritrovamento di un’armonia. «Quando possiamo portare la gente nelle case per il recupero di medicine o soldi tutto è accompagnato da un supporto psicologico: spesso le persone si aggirano per le stanze come in trance, non riescono a ricordare dove hanno messo le loro cose, oppure si guardano intorno smarrite senza quasi rendersi conto di dove sono. Qui camminiamo tutti sulle uova. Ricordo la scena sconcertante a l’Aquila di una donna che, al quinto piano, aveva subito tutte le scosse della notte. Dopo due mesi l’abbiamo riaccompagnata là solamente per recuperare vestiti e beni di prima necessità: è entrata, non ha preso niente e si è messa meccanicamente a lavare due tazzine rimaste sul tavolo e a dare l’acqua ai fiori. Tutto questo, in una casa in cui non sarebbe tornata più». La paura è dura da sedare, le scosse si ripetono una via l’altra e nell’infermeria la scorta di ansiolitici è d’obbligo. Il terremoto non guarda in faccia né risparmia terrore a nessuno, neppure ai più piccoli. «Quando qui è arrivata la scossa più grossa l’infermeria ha iniziato a riempirsi di bambini, fra grida, attacchi d’asma, crisi di panico e pianti a dirotto. Non li avevo mai sentiti piangere e gridare così». Ad rendere ancor più tesa e difficile un situazione di per sé già abbastanza delicata poi, ci si mettono pure gli “sciacalli”: «un anziano che aveva il camino a rischio di crollo non ci voleva lasciar entrare perché aveva sentito la notizia dei “falsi pompieri” che derubavano le case. Abbiamo dovuto chiamare un   medico, suo vicino di casa, perché lo convincesse che eravamo proprio “quelli veri”». E non solo gli assistiti ma «noi stessi spesso risentiamo psicologicamente del sisma negli interventi - prosegue Salvatore. - Sui tetti eravamo al lavoro anche durante le scosse, sentivamo le coperture tremare e ondeggiare, e, anche se ovviamente eravamo assicurati con le funi, è un’esperienza che lascia il segno: ieri ero appoggiato al tavolo del centralino in caserma, l’ho sentito muoversi e ho avuto un sobbalzo. In realtà era solamente stato urtato da un collega». Sono soprattutto queste circostanze psicologiche, ancor più che l’attività fisica,  ad appesantire il lavoro a tal punto che «quando stacchiamo siamo spossati e ci impieghiamo un bel po’ a riaverci. Quando arrivi a casa e l’adrenalina si scarica, tutto pesa il doppio e a volte ci mettiamo giorni per riaverci del tutto. Io mi sto riprendendo adesso, dopo un giorno e mezzo trascorso a letto».

di Michele Scolari
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