Computer e Tv non permettono di crescere

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Gli studenti italiani sono troppo poco preparati, non sanno la matematica né i fondamenti della lingua italiana: è l'affermazione del Ministro Elsa Fornero che ha scatenato in questi giorni polemiche da parte di studenti, genitori ed insegnanti, comprese le accuse di reciproca responsabilità. Che il livello di preparazione degli studenti di oggi sia inferiore rispetto a quello dei coetanei delle generazioni precedenti è però un dato di fatto, oggetto di studio e di sperimentazioni in corso anche a Cremona da parte del professor Giuseppe Pea, docente universitario esperto di Matematica e Informatica.

Proprio la matematica, infatti, risulta tra le discipline più colpite dal calo di preparazione degli studenti, riscontrabile già fin dalle scuole dell'infanzia. Un fenomeno che sorprende, se si pensa al vasto utilizzo di mezzi informatici e tecnologici anche da parte dei più piccoli, ma che proprio in questo trova la sua principale causa, come spiega il professor Pea: «Il problema emerge ormai da parecchio tempo e si manifesta come una crescente difficoltà da parte dei bambini nello sviluppo delle categorie mentali di spazio, tempo e logica. I bambini si ritrovano in prima elementare con capacità minori rispetto ai loro coetanei di 20 o 30 anni prima. Il cambiamento lo notano le maestre stesse, dopo aver portato una classe fino alla quinta: quando riprendono il ciclo dalla prima, notano le differenze rispetto agli studenti che hanno appena lasciato. Il problema assume quindi dimensioni preoccupanti. La causa non è da ricercarsi in una diminuzione delle trasmissioni ereditarie, non è nella biologia. L’intelligenza si costruisce anno dopo anno sulla base delle esperienze vissute, delle prove e degli ostacoli che si imparano a superare, o che comunque si tenta di superare. E’ così che si sviluppa la capacità intellettiva. Il sistema nervoso si plasma sulla base dei problemi che affrontiamo».

Cosa è cambiato, allora, nello stile di vita dei bambini rispetto alle precedenti generazioni?

«Il bambino di oggi passa molto tempo immobile; non deve decidere “il fare”. Attraverso internet e la televisione ha accesso al mondo intero, a quantità infinite di informazioni, ma non fa esperienze dirette. Circa tre ore e mezza-quattro in una giornata vengono trascorse dal bambino in attività di piccoli movimenti delle dita, che però non stimolano il movimento del corpo intero: da qui la diminuzione del dominio delle tre categorie primitive di spazio, tempo e logica. Questo perché spazio, tempo e logica sono tre categorie primitive, ovvero non possono essere ricondotte ad altre. Non si possono quindi acquisire né attraverso i sensi né attraverso la comunicazione: l’unico modo è l’azione. Per muoversi serve un motivo, un obiettivo. Da qui nasce lo sviluppo e l’esercizio delle tre categorie citate: si agisce secondo logica, in rapporto ad uno spazio e a un tempo determinati. La semplice percezione sensoriale non può supplire a questo processo, sono l’azione diretta e la progettazione che organizzano il sistema neurologico».

Quali sono le dirette conseguenze di queste lacune?

«Il danno si riflette in modo diretto sulla matematica e su tutto il pensiero razionale, perché la mancanza di dominio di queste categorie porta a difficoltà nella concettualizzazione; basti pensare che i numeri costituiscono una sintesi di spazio, tempo e logica. Ma le conseguenze si estendono anche a tutte le altre discipline».

Ai bambini al di sotto dei sei anni, in particolare, la tecnologia apportano un danno maggiore?

«Il bambino deve vivere nella sua epoca, ma non deve esserne schiacciato. Non è vero che computer e tablet servono per migliorare l'apprendimento nella scuola dell’infanzia. L’uso fa ottenere, non comprendere, mentre le discipline si fondano sulla comprensione. Quando si confonde il mezzo tecnico con il sapere nascono equivoci ed errori.  La tecnologia offre una protesi fisica, ma non mentale. Usare un computer piuttosto che una penna non migliora la qualità del testo scritto, quella dipende dalle capacità sviluppate dall'individuo».

Di chi sono le responsabilità e cosa può fare un genitore?

«I responsabili sono la società e il suo nucleo fondante, la famiglia, che sempre più di frequente non lascia la possibilità di affrontare i problemi ai figli, anzi, fa di tutto affinchè i figli non ne debbano affrontare. Certamente la famiglia ha le sue motivazioni: quando si avevano cinque, dieci figli, il dolore per la perdita di uno era profondissimo, ma accettabile, perché si doveva andare avanti per allevare tutti gli altri. Oggi che si fanno uno, due figli, li si protegge troppo, si vuole la garanzia che arrivino alla maggiore età e che a loro non accada mai nulla di negativo. Questo eccesso di protezione però si traduce in una diminuzione dell’esperienza, che impedisce al bambino di crescere e sviluppare al meglio le diverse categorie mentali. Il genitore deve lasciare che il bambino affronti difficoltà e problemi invece di farlo vivere in una campana di vetro».

Alcuni miglioramenti nello stile di vita possono portare a risultati positivi,  anche se introdotti in età già scolare?

«Certamente sì. Con il Comune di Cremona stiamo portando avanti delle sperimentazioni nelle scuole dell'infanzia da quattro anni, in collaborazione anche con il Coni. Facciamo sei incontri annuali nei quali si illustrano i progetti alle maestre, che la volta dopo riportano i risultati; in base ad essi si decide la programmazione, fino alla redazione di una relazione finale a disposizione anche delle altre scuole. Sul territorio nazionalele sperimentazioni riguardano anche le scuole elementari, medie e superiori».

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